Sharme El Sheikh, Giro dei Faraoni: il racconto dell’atleta Sergio Breschi

Avevo deciso all’improvviso, nel mese di dicembre 2009, di partecipare al giro dei Faraoni a Sharm el sheik, Gianni Bartoli mi aveva preannunciato che ci sarebbero stati un centinaio di ciclisti, molti dei quali erano in forma e ben allenati, ma le strade, senza salite difficili si adattavano alle mie caratteristiche di passista, insomma non sarei stato proprio l’ultimo.

Ho convinto anche mia moglie a venire come accompagnatrice sebbene partisse un po’ prevenuta.

Da parte mia ritenevo che Sharm nel mese di marzo è il miglior posto per trascorrere una settimana al caldo, prendere un po’ di sole, fare bagni tra pesci colorati e, se poi ci mettiamo anche un po’ di bici cosa potevo pretendere di più?

Qualche contrattempo alla partenza, siamo decollati da Pisa con oltre 4 ore di ritardo e siamo arrivati a tarda notte: non conoscevo nessuno essendo partito con il gruppo di pisani e livornesi. Ad occhio e croce c’erano alcuni elementi decisamente gasati.

Gianni, malgrado l’ora tarda mi ha aspettato all’arrivo in albergo, dimostrando ancora una volta, la sua professionalità e gentilezza.

Per il primo giorno era prevista una breve uscita per affinare la gamba, ho preferito riposarmi con una giornata al mare, sole e tuffi in un’acqua davvero splendida; alle 18.00 tutti eravamo convocati al briefing per descrivere il programma della manifestazione sportiva.

Per il martedì era prevista una tappa di avvicinamento in una bellissima località nel Parco di Ras Mohammed nella punta estrema del Sinai, dove si sarebbe svolta una tappa cronometro per valutare il livello di preparazione dei singoli, il mercoledì giornata di riposo, per giovedì era stata organizzata una “gran fondo a squadre”.

Venivano formate squadre di sei elementi sorteggiati tra tre gruppi individuati dalla tappa cronometro.

I primi due tra i più forti, due tra quelli di medio livello, e infine gli ultimi due tra coloro che avevano un’andatura più “turistica”.

Il tempo veniva preso sull’ultimo di ogni gruppo, per cui i più forti dovevano cercare di aiutare parando il vento (ma erano ammesse anche qualche spinta in salita) ai più deboli.

Una formula davvero inedita che poteva rivelarsi interessante.

Il venerdì c’era, invece, la classica gran fondo individuale, di quelle che si corrono, per così dire, con il coltello tra i denti

Gianni si raccomandava di prendere la settimana con il giusto spirito, senza eccedere eccessivamente in agonismo, infatti, anche se le strade, (che poi sono essenzialmente due una che va a sud ed una che va a nord) sono in buono stato e con poco traffico possono, tuttavia, rivelarsi pericolose sia per la polvere mista a sabbia e ghiaino molto fine portato dal vento; sia per quei pochi automobilisti o camionisti che sono davvero indisciplinati, e per di più non sono abituati a vedere ciclisti nelle strade; altra fonte di pericolo erano i diversi rallentatori e dissuasori di varie forme messi in prossimità dei centri abitati.

Gianni Bartoli cercava di essere molto convincente con quel suo modo di parlare pacato, ma si sa il tasso di “grullaggine” in certi ambienti è sempre molto alto.

Alla fine della manifestazione si contavano infatti due atleti con la clavicola rotta ed altri che erano caduti fortunatamente senza grosse conseguenze.

Nella prima tappa di avvicinamento, dopo un tratto un po’ “vallonato” si doveva affrontare una discreta salita di circa tre chilometri, naturalmente ho messo il rapporto agile per non sciupare la gamba, ed ho formato un gruppetto con una ragazza peruviana e Gianni che controllava attento come una chioccia con i suoi pulcini.

Non c’è alcun bisogno di affannarci, prima che partano tutti per la cronometro ci vorrà un’ora, e poi nelle crono i grandi partono sempre per ultimi” ho detto ai compagni che arrancavano e che mostravano di apprezzare la mia saggezza.

Quando siamo arrivati al via, c’erano ancora una quarantina di atleti che aspettavano il loro turno.

La crono era piuttosto breve, ma insidiosa, falsopiano in salita e discesa, vento contro e fondo stradale non scorrevole, anche le ruote della mia bici non erano tra le più adatte per una crono; ma mi sono impegnato al massimo.

Alla fine ne avevo settanta davanti che avevano fatto un tempo migliore del mio, ma fortunatamente ne avevo più di 20 dietro; insomma ero tra i migliori della “terza scelta” o, se si vuol essere più brutali, tra gli “scarsi”.

Intanto erano state formate le varie squadre; nella mia c’era anche una ragazza veneta Elena, piccola dalla pelle bianchissima e di poche parole; alla crono aveva fatto un tempo di oltre un minuto peggiore del mio, per cui mi sentivo abbastanza tranquillo.

La gran fondoo a squadre da Sharm a Dahab era lunga circa 100 km. i primi in pianura, poi una lunga salita dapprima leggera poi sempre più impegnativa fino al passo dove era previsto un ristoro; poi dopo una lunga discesa gli ultimi 8 /10 km erano a “mangia e bevi” come si dice in gergo.

Poco dopo la partenza si è formato subito un buco con il gruppo di testa, Elena tentava di ricucire ma io l’ho tranquillizzata: “tra meno di un chilometro c’è un posto di controllo e saranno costretti a rallentare, possiamo rientrare senza sforzarci”.

Il posto di controllo c’era, ma era stato liberato, per cui la mia previsione si è rivelata inesatta, siamo rimasti attardati con altri 8 o 9 ciclisti tra cui Gianni, alcuni di questi avevano preso nel modo giusto la manifestazione e malgrado avessero un bel passo e potessero rientrare nel primo gruppo tenevano la velocità adatta per non staccare i loro compagni in difficoltà.

Nella scia dei più forti siamo arrivati tranquillamente all’inizio della salita che portava al passo a più di 600 metri di altezza.

Sempre con Elena, che piccola e magrolina in salita si difendeva egregiamente, siamo arrivati al ristoro situato al culmine, e mi sono fermato per bere qualcosa, mentre la mia compagna d’avventura proseguiva qualche secondo avanti.

Ero sicuro che in discesa non avrei avuto problemi a raggiungerla; ma avevo fatto il secondo errore di valutazione della giornata; Elena aveva preso la scia di due pisani molto forti e che avevano delle belle bici con ruote in carbonio ad alto profilo; ben presto ho capito che non ce l’avrei fatta, la discesa era infatti diventata meno ripida.

Devo ammettere mi dispiaceva arrivare ultimo della mia squadra, infatti gli altri della squadra, si erano completamente disinteressati di noi due, ed erano avanti di molti minuti.

Dopo un po’ ho superato Elena e i due pisani si sono fermati per farsi una foto; ho rallentato per aspettarli; poco dopo i due mi hanno passato a tutta randa, avevano staccato Elena che mi ha raggiunto solo in fondo alla discesa.

Gli ultimi chilometri erano tutti contro un vento fortissimo, non riuscivo ad andare più di 17/18 km h, malgrado ciò Elena faticava a rimanere alla ruota, comunque anche in questo frangente, dimostrava di avere una notevole classe.

Nella discesa c’è stata una caduta e.. un’altra clavicola rotta; ed è andata ancora bene se si pensa che Cinzia aveva preso in pieno un bidone pieno di sabbia ad uno dei numerosi posto di blocco.

Oltre ai due con la clavicola fuori uso, ci sono stati anche altri inconvenienti “fisici” la maggior parte di natura intestinale.

Il caldo e forse anche i sali minerali che si prendevano in corsa hanno causato qualche problema a molti di noi; anch’io nella notte prima della Gran fondo individuale ho avuto alcuni problemi, di cui non conviene dilungarsi troppo, ma che si risolvono con qualche compressa di Imodium (per chi non avesse ancora compreso di cosa si tratta).

La mattina sono stato un po’ leggero a colazione e sono partito in bus per Dahab dove avevamo lasciato le bici il giorno prima.

La Gran fondo consisteva nel percorso inverso rispetto a quello fatto il giorno prima, come ricordato, essendo le strade due e le tappe tre, è matematico che due frazioni fossero simili.

In partenza sentivo che la gamba non girava, ero stanco e dopo un primo tratto di pianura in cui avevo sofferto a rimanere in gruppo che peraltro procedeva tranquillamente, appena iniziata la salita, mi sono trovato subito tra gli ultimi.

Soffrivo a stare anche con questi, il cuore non andava oltre i 120/125 battiti; avevo evidentemente fame perché non avevo assimilato la cena e la colazione della mattina non era stata sufficiente.

Avevo con me solo una bustina di maltodestrine, l’ho succhiata avidamente, un po’ di forze sono ritornate per qualche minuto, ma ero ormai ultimo insieme ad un altro di Roma, che peraltro aveva fatto metà salita sul “carro scopa”, mentre tutti gli altri, compresa Elena, erano avanti di qualche minuto.

Se non mangio qualcosa mi ritiro” ho pensato; Intanto avevo mandato un SMS a mia moglie preannunciandole un arrivo molto tranquillo ad almeno un’ora dai primi.

Al ristoro c’erano solo delle mezze banane piccole e nere, avevano un aspetto poco invitante con tutte quelle mosche che svolazzavano intorno.

Ne ho prese una mezza dozzina e le ho mangiate, un bel sorso d’acqua, ed ho iniziato la discesa, per fermarmi poco dopo per urinare.

Mentre ero lì intento, si è fermata un’auto della Polizia; mi sono ricordato di alcuni consigli ricevuti da una guida durante un mio viaggio in Iran di qualche anno fa; nei paesi islamici bisogna stare attenti, non si può urinare rivolti verso La Mecca.

Dunque la Mecca dovrebbe essere a Sud-Est, ad occhio e croce bastava pisciare verso Nord, in questo modo oltre ad essere in regola con la morale islamica era una pisciata anche politicamente corretta, in quanto rivolta nella direzione di Israele” ho pensato.

I poliziotti si sono fermati e mi hanno offerto gentilmente del te caldo e molto dolce, secondo l’uso locale, che avevano in un termos.

Evidentemente avevo avuto senso d’orientamento oppure avevo incontrato dei poliziotti laici.

Con il collega romano, buon ultimi, abbiamo affrontato la lunga leggera discesa; cercando di rientrare tra quelli che ci precedevano di qualche minuto.

Quelle banane avevano del miracoloso, andavo che era una meraviglia, il romano mi dava pochi e svogliati cambi, e si lamentava perché stava pedalando su una bici non sua.

Egli era caduto il primo giorno in maniera molto stupida e pericolosa mentre si faceva trainare da un fuoristrada; la bici, che era andata sotto le ruote della Jeep, era distrutta, lui se l’era cavata solo con qualche livido, stava pertanto pedalando con una bici di riserva fornitagli da Gianni.

Il “carro scopa” ci riforniva di acqua fresca, era ormai quasi mezzogiorno e cominciava a fare molto caldo in quella assolata strada nel mezzo al deserto.

Finita la discesa ho chiesto al carro-scopa di pararci un po’ il vento; in scia potevamo raggiungere il penultimo gruppetto che probabilmente doveva essere formato da tre ciclisti e non poteva essere molto distante.

Ma il mio compagno ha subito dimostrato di avere alcune lacune nella preparazione, non riusciva a mantenersi in scia del furgone, la strada, nel frattempo, aveva ripreso a salire impercettibilmente e non ce la faceva a mantenere un ritmo decente.

vai sul carro scopa, non possiamo prenderci un’insolazione” lo invitavo a salire ” del resto sei già montato nella salita, io invece voglio farla tutta con i miei mezzi”.

Ma il romano non voleva arrendersi, continuava a lamentarsi degli attacchi delle misure della bici ecc. alla fine mi ha detto “ se vuoi vai pure avanti non ti preoccupare per me”.

Ho preso al volo l’invito ed ho chiesto al carro scopa di aumentare l’andatura; rimanevo in scia senza sforzi ma, dopo appena un paio di km, si è fermato per aspettare il romano.

Ben presto mi sono reso conto che ero rimasto quasi senza acqua; mi sono un po’ innervosito, mancavano ancora una cinquantina di chilometri e si era in mezzo al deserto, non potevo certo fermarmi e chiedere da bere ai beduini.

In lontananza ho visto un altro collega che procedeva con un’andatura non proprio elegante; presto l’ho raggiunto.

Era l’avvocato Poli di Pisa, egli era messo assai peggio di me come disidratazione: “hai un po’ d’acqua”; si è rivolto molto fiducioso “mi sono rimaste 15 o 16 gocce” gli ho detto porgendogli la borraccia“ vanno bene” e se l’è seccate.

La situazione si metteva male, sotto il sole del deserto, così, prima di ripartire ho mandato questo messaggio per SMS a mia moglie “fai avvertire il carro scopa di lasciare l’ultimo e di portare un po’ di acqua”; in effetti dopo un po’ è arrivato il carro scopa.

Ho benedetto l’efficienza piemontese di mia moglie e quasi contemporaneamente ho ricevuto un suo messaggio “monta sul carro scopa”:” sempre la solita ansiosa” ho commentato tra me.

Non avevo nessuna intenzione di accogliere l’invito, anche se rischiavo di trovarla abbastanza “innervosita” all’arrivo, con quest’ultimo rifornimento idrico ed altre due mezze banane, stavo benissimo, pedalavo elegantemente e con molta determinazione ed efficacia; l’avv. Poli, che probabilmente era in crisi di fame, non mi dava alcun cambio ed anzi faceva fatica anche a mantenersi nella mia scia.

Macinavo gli ultimi chilometri velocemente anche perché mi scocciava fare aspettare ulteriormente Rosanna, a cinque chilometri dall’arrivo si è accodato il mio compagno di Roma (che aveva fatto gli ultimi cinquanta chilometri nel furgone), e abbiamo superato il traguardo insieme, mentre Poli si era staccato di un paio di minuti.

Rosanna era un po’ preoccupata così anche gli organizzatori, “come stai con l’intestino?” “ Benissimo, perché questa domanda?” le ho risposto.

Ma allora perché ti serviva la carta?” mi ha chiesto.

Mi sono reso conto solo in quel momento che il messaggio che avevo mandato era “fai avvertire il carro scopa di lasciare l’ultimo e di portare un po’ di carta “, infatti con il sistema di scrittura degli SMS se si scrive acqua la prima parola che compare è carta ed io sotto il sole in mezzo al deserto non mi ero accorto di cosa avessi scritto.

Evidentemente, uno che aveva avuto un disturbo la notte, in mezzo al deserto e in bici, se chiede della carta non era certo del tipo A4 da 80 gr. per fotocopiatrice…

Alla fine ero terzultimo; alla sera durante la cena presso i beduini ci sono state le premiazioni: la maglia nera, di taglia un po’ troppo piccola, è spettata all’avv. Poli; “Neanche la soddisfazione di prendere la maglia nera” mi ha rimproverato mia moglie.

Un po’ aveva ragione, ma con la gamba che avevo negli ultimi chilometri la maglia nera non la meritavo proprio, inoltre non era neppure della mia taglia!!

Naturalmente se volete conoscere come è andata la corsa dei primi dovete rivolgervi a qualcun altro.

Sergio Breschi

Sergio Breschi

Nota:

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